L’eredità bloccata: la grande ricchezza italiana che non genera futuro

Think-tank Tortuga

Think-tank TortugaIn Italia, la mobilità sociale si è inceppata. L’ascensore che per decenni ha consentito a intere generazioni di migliorare il proprio tenore di vita, oggi è fermo tra i piani. Questa fotografia nasce da una ricerca congiunta di Future Proof Society e Think-tank Tortuga. I numeri sono impietosi: il 10% più ricco della popolazione possiede oltre il 60% del patrimonio nazionale, mentre la metà più povera detiene appena il 7,4%. Un divario che, negli ultimi dieci anni, si è ampliato con una velocità doppia rispetto alla media europea.

La frattura generazionale è il dato più allarmante. Il 75% della ricchezza italiana è oggi nelle mani degli over 50, e il 40% di essa è detenuto da pensionati. Millennials e Generazione Z, invece, si spartiscono un misero 9%. A parità d’età, un quarantenne di oggi possiede un patrimonio inferiore del 50% rispetto a quello di un Baby Boomer. Il problema, tuttavia, non è solo anagrafico. È sistemico.

L’Italia ha costruito negli anni un sistema dove l’origine familiare è più determinante del talento. L’ascensore sociale è stato rimpiazzato da pavimenti e soffitti appiccicosi, dove chi nasce in basso vi resta, e chi nasce in alto difficilmente cade. A differenza di quanto accade in altri Paesi industrializzati, il nostro mercato del lavoro è stagnante, i salari sono fermi, il costo della casa cresce, l’accesso ai beni pubblici si fa più costoso. Il sistema educativo fatica a compensare le diseguaglianze di partenza, alimentando un ciclo che si auto-rinforza.

In questo scenario, si profila all’orizzonte un passaggio epocale: nei prossimi vent’anni oltre 6.400 miliardi di euro verranno trasferiti per via ereditaria. Una massa di capitale mai vista prima, potenzialmente in grado di ridisegnare gli equilibri economici del Paese. Tuttavia, senza interventi mirati, questo processo rischia di diventare un acceleratore di disuguaglianze.

Oggi, l’imposta di successione italiana è tra le più basse d’Europa. Il gettito previsto per i prossimi vent’anni si aggira attorno ai 50 miliardi di euro, una cifra irrisoria rispetto al volume in gioco. L’idea di rivedere questa fiscalità, innalzando le aliquote solo per i patrimoni superiori al milione di euro, non è nuova. Francia, Germania e Regno Unito lo fanno già. L’obiettivo? Generare risorse per finanziare investimenti in sanità, istruzione, infrastrutture e ridurre il carico fiscale sul lavoro. Non un’espropriazione, ma un riequilibrio.

Per le imprese, questa dinamica rappresenta una doppia sfida. Da un lato, l’erosione del potere d’acquisto delle nuove generazioni limita la domanda interna, rallentando i consumi e i piani di crescita. Dall’altro, la concentrazione patrimoniale rischia di ridurre la disponibilità di capitali dinamici, quelli disposti a scommettere su nuove idee, competenze e imprenditorialità.

Le imprese familiari, in particolare, sono chiamate a interrogarsi sul proprio ruolo in questo passaggio storico. Il tema non è solo come trasferire ricchezza, ma come assicurare che essa resti produttiva, innovativa, capace di creare valore anche per le generazioni future. La governance, i modelli di successione e le politiche interne devono evolversi, non per conformarsi al cambiamento, ma per guidarlo.

C’è, infine, un nodo culturale. In Italia, la ricchezza è spesso associata alla rendita, non alla responsabilità. Eppure, in un’economia che cambia, l’unico patrimonio che conta è quello che genera movimento, non quello che resta immobile. Il capitale finanziario, se non si converte in capitale umano, sociale e produttivo, è destinato a perdere valore. Le imprese, più di ogni altra istituzione, hanno il compito di interpretare questa transizione.

In un contesto dove la ricchezza si concentra e la mobilità si blocca, il vero vantaggio competitivo non risiede nell’accumulazione, ma nella distribuzione intelligente del valore. Investire oggi in giovani talenti, in formazione, in innovazione e in giustizia sociale è l’unica strategia che può garantire prosperità sostenibile e capacità di competere nel tempo. Il futuro si eredita solo se si è capaci di condividerlo.